«Una delle operazioni militari più grandi, complesse e faticose mai condotte». Donald Trump ieri ha raccontato agli americani le missioni che si sono spinte fin dentro il territorio iraniano per riportare in patria i due aviatori abbattuti dalla contraerea di Teheran nella sera di giovedì. Con al fianco il ministro della Difesa Pete Hegseth, il capo degli Stati Maggiori generale Dan Caine e il capo della Cia John Ratcliffe, Trump non ha risparmiato lodi alla «genialità», «coraggio», «determinazione» di tutti gli uomini che hanno partecipato al «spettacolare salvataggio che passerà alla storia». Allo stesso tempo non ha risparmiato minacce ai giornalisti che avevano dato la notizia che c’era un soldato americano disperso in terreno iraniano: «Troveremo chi è stata la fonte dell’articolo e se il giornalista che l’ha pubblicata non parlerà, andrà in carcere».
Tutto comincia giovedì sera, quando il segnale di «Dude 44» scompare dai radar, sopra le vette aspre del Kohgiluyeh, nel cuore dell’Iran. Un missile terra-aria ha centrato l’F-15E Strike Eagle, trasformando un gioiello tecnologico in una scia di detriti in fiamme. Mentre la localizzazione del pilota viene identificata quasi subito, del colonnello seduto nel sedile posteriore, l’ufficiale ai sistemi d’arma, non si sa nulla. Poi, all’improvviso, un sussulto, quando arriva un breve messaggio radio. Tre parole: «God is good». Nella Situation Room, il gelo prende il posto della speranza. Per gli analisti della Cia e del Pentagono, quella frase suona come una traduzione letterale dal farsi: «Come qualcosa che direbbe un musulmano» spiega Trump. Il timore immediato è che la radio sia già caduta in mano nemica e che i Pasdaran stiano usando un’espressione di eco islamica per tendere un’imboscata ai soccorritori. La missione rimane congelata per ore, appesa a un’analisi biometrica del segnale.











