Doveva essere il presidente del negoziato, l’uomo d’affari che sa trattare per arrivare ad accordi nell’interesse comune. Ma il metodo Trump si dimostra ben diverso ora: da una posizione di (apparente) forza, cerca di costringere l’altra parte a cedere alle sue richieste massimaliste. E non capisce come l’avversario possa resistere di fronte all’insistenza dell’uomo più potente della terra. Così finisce in un angolo, un cul-de-sac costruito da lui stesso, dove l’unica opzione rimane l’escalation - a spese di tutti i coinvolti.
Non esiste una vera soluzione diplomatica quando si arriva a questo livello. Ci può essere una tregua, la decisione da entrambe le parti di fermarsi per evitare la «distruzione della civiltà», come dice lo stesso Trump. Ma l’inerzia della guerra pesa: bombardamenti intensi sono iniziati anche prima dello scadere dell’ultimatum, contro infrastrutture di comunicazione e obiettivi civili. Israele colpisce un impianto petrolchimico e avverte gli iraniani di evitare i treni. Non basterebbe un’interruzione temporanea per fermare gli effetti sulla società, e sull’economia mondiale. Si avvicina un punto di rottura all’interno degli Stati Uniti. In questi anni le istituzioni si erano riorientate verso una visione più realista dell’interesse nazionale, meno ideologica del precedente “ordine liberale internazionale”. Ora si trovano sopraffatte dalla versione estrema dell’America First, in cui un misto di figure provenienti dalla finanza, dal Big Tech e dai neoconservatori hanno approfittato del movimento populista per assumere il controllo di un’amministrazione che si stacca dagli ormeggi costituzionali e storici dell’establishment del Paese, pur nelle sue contraddizioni. Cresce l’opposizione tra i cittadini, con il gradimento del presidente che continua a scendere, e aumenta il nervosismo economico: il timore è che un ritorno dell’inflazione - e quindi un rialzo dei tassi - possa innescare una grave crisi finanziaria.






