WASHINGTON. Per squarciare il velo sul metodo Trump bisogna uscire dal Medio Oriente, entrare nel Sud est asiatico e spostare le lancette al 24 luglio scorso quando Cambogia e Thailandia si trovarono a un passo dal conflitto: 43 persone furono uccise e 300mila furono sfollate in scontri al confine. Il presidente Usa prese il telefono, parlò con i rispettivi leader e li minacciò: «O smettete o non farete più affari con gli Stati Uniti». In due giorni le parti deposero le armi. Washington ridusse i dazi al 19% per entrambi i Paesi, praticamente dimezzati rispetto alle previsioni. Quella fra Cambogia e Thailandia è la ottava guerra (non in ordine cronologico, l’ultimo tassello spetta a Gaza) che il presidente rivendica di aver fermato o impedito deflagrasse. Successi che non gli porteranno il Nobel per la Pace – deciso qualche settimana fa, dicono dal Comitato di Oslo – come Trump anela da tempo, ma evidenziano come l’approccio di Trump abbia spesso funzionato. Domanda (e risposta) diversa è se alcuni conflitti andranno per sempre in ghiacciaia.

Marco Rubio, segretario di Stato, ieri durante il Cabinet Meeting ha citato «le relazioni personali, la personalità potente, la leadership e la capacità di dialogo con tutti» fra le doti che il presidente ha usato per arrivare all’intesa sottolineando «i meeting e le telefonate continue avute». Ma non solo. Trump ha una capacità «di persuasione» che va ben oltre gli schemi della diplomazia tradizionale. Il ricorso a Steve Witkoff e Jared Kushner come super inviati è stato sovente criticato. Trump ieri ha difeso l’approccio e elogiato i «contatti e la rete di relazioni» che ha il genero nella regione. La prossima settimana Trump potrebbe essere in Egitto, ha detto, alla firma degli accordi, domenica è invitato alla Knesset per raccogliere i frutti del suo successo. Certo non bastano i dazi, il loro elogio Trump l’ha rifatto mercoledì sera con Sean Hannity alla Fox News, a racchiudere il “Donald pensiero”, né spiegare il successo a Gaza, ma sono l’evidente rappresentazione di un approccio che Trump ha sulla scena politica globale e domestica. Usare ogni elemento di forza per guidare le trattative e condurle in porto: siano la forza delle bombe; la coercizione economica; la personalità stessa debordante del presidente. Lo stesso Benjamin Netanyahu ne ha fatto le spese. In otto mesi alla Casa Bianca, il premier israeliano è stato ricevuto 4 volte nello Studio Ovale, ma mai Trump ha ricambiato il favore di una visita in Israele. Quando venne in aprile (seconda visita) per parlare di Iran con il pretesto di discutere invece di tariffe reciproche si sentì dire che non avrebbe dato il via libera a un raid sulle installazioni nucleari della Repubblica islamica. Andò diversamente qualche mese dopo, ma fu Trump a dettare tempi e modi e – come ha sottolineato ieri – «quei raid sono serviti per avere un accordo a Gaza». Perché l’Iran è indebolito, perché è sotto sanzioni (rilanciate ancora ieri). Un altro schiaffo a Netanyahu è stato assestato in maggio. La prima missione all’estero di Trump è stata un tour molto business-oriented fra Riad, Abu Dhabi e Doha. Gli screzi con Netanyahu sono numerosi, e nell’ultimo mese due scontri sono stati piuttosto rumorosi. Quando il 9 settembre Israele ha bombardato i vertici di Hamas in Qatar, Trump ha definito l’azione «inaccettabile». Quattro giorni dopo era a cena a New York con il premier qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Venerdì scorso, infine, durante la telefonata con la quale diceva a Bibi che Hamas aveva accettato a grandi linee il piano in 20 punti, anziché gioia e riconoscenza dal premier israeliano, sentì i soliti dubbi. «Bibi, cxxxo, sei sempre negativo». Il metodo Trump inoltre ha un’altra arma a disposizione. Il presidente non dà peso ai sondaggi. Gli piacerebbe «essere amato dagli americani», sa però che il suo tasso di approvazione difficilmente supererà il perimetro del mondo Maga e del blocco conservatore. «Qualsiasi cosa faccia i democratici mai mi applaudiranno», disse qualche mese fa. Da qui il disinteresse per creare consenso attorno ad alcune scelte politiche. Questo gli ha consentito di tirare dritto verso l’obiettivo in molte occasioni e sbandierare lo slogan “promessa fatta, promessa mantenuta”. Soprattutto nel campo domestico siano l’immigrazione o il contrasto alla cultura woke. Su Gaza fra l’altro il suo approccio non ha trovato opposizione. Anzi nelle ultime ore si sono moltiplicati i consensi anche da parte dei maggiori critici – come Tom Friedman del New York Times o Ian Bremmer di Eurasia Group. Magari non piacerà il Trump Power, ma il risultato stavolta mette tutti d’accordo. Anche se tardi per il Nobel.