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4 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 9:13

C’era una volta la caccia sociale, quella accessibile a tutti e non basata su logiche di profitto. Quella, per intenderci, portata avanti nelle famiglie “per tradizione”, perché cacciatore era il nonno, o il papà. Ebbene, nei piani del governo Meloni quel modo – e quella cultura – di praticare l’attività venatoria dev’essere accantonato in favore del tornaconto economico. Tradotto: a sparare nei boschi ci andrà chi ha i soldi per farlo. Cioè per sostenere un nuovo modello fondato 1) sulla caccia per persone benestanti, 2) sullo sfruttamento degli animali a fini commerciali (selvaggina), 3) sulle aziende faunistico-venatorie, il luogo in cui questo modello trova attuazione.

Facciamo un passo indietro. Con la scorsa legge di Bilancio, Lega e FdI presentano due emendamenti che consentono di ripristinare, nei fatti, le riserve di caccia (chiuse in Italia da quasi 40 anni). Naturalmente i provvedimenti vengono approvati e alle aziende faunistico-venatorie, a partire dal primo gennaio, viene consentito di fare business sulla pelle degli animali. Fino al giorno prima, infatti, pur essendo istituti privati erano per legge senza scopo di lucro. Il passaggio, per chi si occupa di tutela della biodiversità e della fauna selvatica, è dirompente, poiché significa da un lato incentivare l’attività venatoria come impresa individuale e, dall’altro, promuovere i ricchi praticanti (attraverso, aspetto non di poco conto, il turismo venatorio da parte di persone straniere, agevolato parallelamente da altre norme).