“Non parliamo più di ricette, perché non è la ricetta a renderti unico, riconoscibile – esordisce così Giulio Terrinoni, chef e patron del ristorante Per Me a Roma –. L’unica cosa che distingue, e rende unico chiunque nel suo lavoro, è il metodo”. Parla con tono pacificato Terrinoni, con lo sguardo limpido e il sorriso schietto di chi ha imparato ad ascoltare i silenzi, le pause.

“Mi ritengo una persona fortunata che nella vita ha avuto tanto. E oggi, passati i cinquanta anni, ho voglia di ridare ai ragazzi che vengono qui, a chi lavora con me – continua lo chef –. Non insegno, mi do al 100% in modo che chi vuole capire capisce, chi vuole imparare lo fa”. Mezzo secolo di vita, due figli, la moglie Flaminia, “il mio asso nella manica, lei c’è sempre”, che lo affianca nel lavoro dal primo giorno di Per Me e i primi dieci anni di tutti vita del ristorante insignito dalla Michelin con una stella dal 2015, a meno di un anno dall’apertura: “Il primo ristorante, anzi l’unico stellato in cui abbia mai lavorato è il mio, Per Me”.

“La mia fortuna è provenire da una famiglia di ristoratori, mi dicevano sempre di stare con gli occhi aperti perché il mestiere si ruba con gli occhi. E li ho sempre tenuti ben aperti perché sono sempre stato affamato di nozioni e tecniche. A questo aggiungo che per mia fortuna ho sempre lavorato in ambienti abbastanza sani”. Una fame di conoscenza alimentata dalla continua curiosità, saziata da letture, assaggi e costante formazione: “Quando possibile vado in giro a mettere le gambe sotto al tavolo e capire il più possibile come funziona il mondo. Cercare di essere se stessi è la difficoltà più grossa di oggi, ci sono troppi copia-incolla – non la manda a dire Terrinoni –. Questo qui è un posto con un’anima e un’identità, non è uguale a nessuno. E ciò mi rende orgoglioso”.