UDINE - I volontari della Protezione civile del Friuli Venezia Giulia alzano le mani e minacciano di disertare d’ora in poi tutti i servizi. È la reazione alla condanna per omicidio colposo del primo cittadino e del coordinatore della Protezione civile di Preone, piccolo paesino della Carnia, dopo la morte di un volontario impegnato nella rimozione di alberi a seguito di un fortunale. Potrebbero incrociare le braccia persino in occasione del Giro d’Italia.
E c’è anche chi prende carta e penna e decide di rendere nota la propria amarezza. «Ritengo che l’esperienza del volontariato di Protezione civile non abbia più ragione di esistere», scrive Paolo Martinis, il figlio del sindaco indagato Andrea. Un testo duro, sofferto, che nasce da una ferita personale ma che prova ad allargare lo sguardo ben oltre il singolo caso giudiziario, trasformandosi in una denuncia aperta contro un sistema che, secondo l’autore, rischia di svuotare di senso l’esperienza stessa del volontariato.
Tra i sindaci e i volontari ora prevale la preoccupazione per quanto successo e un senso generale di vulnerabilità che inducono al fermo. O quasi. In provincia di Pordenone non ha dubbi, per esempio, il sindaco di Tramonti di Sopra Giampaolo Bidoli, che chiarisce: «I nostri volontari hanno curriculum invidiabile per attività svolta. Hanno tutti passato la visita medica e il corso base e ora si attende quello in presenza. C’è chi ha corsi specifici. Ma – sottolinea –, se in un’uscita qualcuno dovesse lasciarci la pelle, come la mettiamo? A questo punto è meglio non rischiare».







