Il giorno del suo 79esimo compleanno, il 14 giugno, Donald Trump ha alzato il telefono per rispondere a Michael Scherer, giornalista della rivista The Atlantic. Il 13 giugno era iniziata l’offensiva israeliana contro le infrastrutture nucleari iraniane. Sin dal primo giorno, gli Stati Uniti avevano difeso Israele da missili e droni di Teheran, ma sarebbero entrati direttamente nel conflitto a partire dal nono giorno di guerra, bombardando tre siti nucleari iraniani. Il cessate il fuoco sarà stipulato tre giorni più tardi. «Signor presidente – ha fatto notare Scherer – molti commentatori si sono espressi contro il sostegno americano a Gerusalemme. Dicono che un anatema contro filosofia “America First”». «Beh, Mike, considerando che sono stato io a coniare “America First”, e considerando che il termine non veniva usato prima del mio arrivo, penso di essere io a decidere che cosa significa», ha detto Trump.

Immediatamente è stato fatto notare che Trump non ha coniato il termine, che risale a metà dell’Ottocento. Ma è interessante che il presidente applichi ai concetti la medesima tecnica che utilizza per i suoi edifici: scriverci sopra, a caratteri cubitali, il suo nome. A dire che niente gli importa di chi è venuto prima e ben poco di chi seguirà, in un paradossale presentismo sempiterno. Ed è per questo, e non perché il commander-in-chief esprime opinioni contraddittorie pressoché su qualsiasi argomento, che è impossibile definire il trumpismo. Politologi, editorialisti, analisti hanno inutilmente cercato di definire che cosa rappresenti e da dove venga questo outsider «stanco della politica», quale schieramento incarni, che filoni storici abbia ripreso, se sia figlio di Jackson o di Wilson, se debba di più al New Deal o alla rivoluzione reaganiana, di quale scuola di pensiero faccia parte.