ROMA. Certi vecchi amici meglio tenerli da conto. Anche se ora stanno demolendo il diritto internazionale, picconando la Nato e disarticolando l'Europa. "Salutami Donald", avrà detto Giuseppe Conte a Paolo Zampolli, dopo il loro pranzo a base di pesce. Con l'imprenditore italo-americano, grande amico del presidente degli Stati Uniti e suo inviato speciale per le partnership globali (qualsiasi cosa voglia dire), c'è una consuetudine: "Con Giuseppe non ci vedevamo da un paio di anni, ma ogni tanto ci sentiamo - spiega Zampolli - e il nostro non era un incontro che fa parte della mia missione".
Pranzo informale, dunque, non segreto, ma nemmeno ufficiale: "very easy", lo definisce Zampolli, che dice di aver semplicemente avvisato Conte del suo arrivo a Roma. La versione dell'ex premier è un po' diversa, volta a mantenere le distanze: "L'incontro è avvenuto su precisa richiesta del signor Zampolli, avanzata con lettera formale, nella quale ha esibito le sue credenziali di 'Special Envoy of the President Trump for global partnerships' - sottolinea -. Quale leader di un partito di opposizione ho ritenuto di accettare l’invito a questo incontro". Unico leader di opposizione invitato, in virtù del suo passato a Palazzo Chigi. E questo, in fondo, è il senso del pranzo con Zampolli, almeno per Conte: mostrarsi come il candidato premier del centrosinistra più autorevole, con un sistema di relazioni, a livello internazionale, superiore ai suoi alleati. Se si punta a tornare a Palazzo Chigi, riallacciare o tenere aperto un canale con la Casa Bianca è un passaggio necessario.






