In questa nuova puntata di Women Up parliamo di accordi definiti “tombali” perché mettono una pietra sopra il conflitto: prevedono un incentivo economico per l’uscita dall’azienda e la rinuncia ad avviare azioni legali o a divulgare i fatti. Dal punto di vista psicologico possono avere un effetto molto diverso, come spiega la Silvia Gazzotti, psicologa del lavoro e consulente HR
di Sarah Barberis
Parliamo di accordi “tombali”, ovvero gli accordi di riservatezza con clausole penali in base ai quali chi lascia un’azienda, generalmente dopo conflitti, denunce o accuse di cattiva condotta, si impegna a non parlare di nulla di quanto avvenuto, pena sanzioni economiche molto pesanti. Questi accordi, pur avendo valore legale come strumenti di riservatezza nei rapporti commerciali e professionali, vengono in alcune situazioni utilizzati per impedire alle vittime di molestie, discriminazioni o violazioni di raccontare la propria esperienza, comprimendo così il diritto alla verità, alla tutela e a riprendere in mano la propria integrità e la propria vita. Con questi accordi si cerca di nascondere un problema più ampio di quanto si pensi. In Italia, secondo i dati più recenti dell’Istat, circa 2 milioni e 322mila persone tra i 15 e i 70 anni hanno subito molestie sul posto di lavoro nel corso della vita, di cui una stragrande maggioranza donne. In termini percentuali, il 13,5 % delle donne italiane di quella fascia d’età ha subito molestie a sfondo sessuale sul lavoro almeno una volta nella vita. Gli accordi tombali che impongono il silenzio su episodi di molestie o comportamenti illeciti rivelano quanto sia difficile per una lavoratrice raccontare una verità scomoda quando manca una reale protezione normativa e quando sistemi contrattuali di segretezza vengono usati per insabbiare abusi anziché confrontarsi con essi. Risponde alla lettrice Lucrezia, Silvia Gazzotti, psicologa del lavoro e consulente HR.






