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Ultimo aggiornamento: 14:57
“Oggi, fortunatamente, la sensibilità verso le tematiche ambientali è in costante crescita; tuttavia, persiste ancora una visione che dimentica che tutte le forme di offesa che passano attraverso l’ambiente hanno una ricaduta sulla persona non in termini meramente di danno fisico, ma anche di danno psicologico”. Adriano Zamperini è professore ordinario di Psicologia sociale e insegna Psicologia della violenza e Psicologia del disagio sociale presso l’Università degli Studi di Padova. Nel suo ultimo libro “Disagio ambientale. Dai traumi della guerra all’ecoansia” (Einaudi), racconta il Novecento, e il presente, attraverso il filo rosso dei traumi causati da un ambiente distrutto: dalle due guerre mondiali, ai rischi atomici, infine alla crisi climatica.
Perché partire dal Novecento e in particolare dalla Prima guerra mondiale?
Perché è sicuramente il secolo che a livello di impatto sull’ambiente e sulla persona ha segnato uno spartiacque importante, dalle guerre mondiali al rischio atomico. Quanto al primo conflitto mondiale, si assiste, come mai prima d’allora, a una stretta integrazione tra scienza e tecnica come strumenti militari di offesa, segnando una rottura significativa rispetto al passato. Infatti, la Grande Guerra trasforma letteralmente la psicologia umana, i soldati rientrano dal fronte stravolti e cambiati profondamente, con esperienze che incideranno in modo duraturo sulla loro identità e sul loro equilibrio psichico.







