C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel dire che un ragazzo è “impazzito”, nel caso del diciassettenne che stava studiando come fabbricare armi e ordigni chimici per compiere una strage in una scuola superiore di Pescara. È una parola che chiude tutto, che mette un confine netto tra noi e lui. Da una parte la normalità, dall’altra la follia. Da una parte i nostri figli, dall’altra “quel ragazzo”.

Ma a 17 anni non si impazzisce così. Non ci si sveglia una mattina con un’idea di morte in testa. Ci si arriva. E ci si arriva lentamente, dentro una traiettoria che quasi mai viene guardata fino in fondo.

Perché prima di tutto questo c’è un ragazzo che sta male. Non nel senso spettacolare che ci aspettiamo, non qualcosa che salta agli occhi, ma una fatica più sottile, più quotidiana. Il sentirsi fuori posto, il non essere all’altezza, il provare una vergogna che non si riesce a dire. Una fragilità che non ha nome e quindi non ha neanche possibilità di essere condivisa.

E quando il dolore non trova parole, non sparisce. Si organizza. Cerca una forma. A volte si chiude nel silenzio, altre volte si trasforma in rabbia. Nei casi più estremi trova un’idea che gli dia struttura, che lo renda sopportabile, che lo trasformi in qualcosa di comprensibile.