Sorriso soddisfatto, un discorso che alterna velate minacce e toni concilianti, il presidente serbo Aleksandar Vucic si è presentato davanti alle telecamere annunciando “una grande vittoria. Dieci su dieci, siamo più forti che in passato”. Tecnicamente è vero, dalle urne aperte domenica in dieci comuni del Nord del Paese, il suo Sns esce ovunque vincitore. Ma il risultato elettorale cristallizza e pesa quello che, con la Serbia chiamata al voto massimo all’inizio del 2027, per lui rischia di essere un problema: le liste degli studenti ovunque hanno ramazzato percentuali che toccano e spesso superano il 40 per cento.
È una rivoluzione copernicana nello scenario politico serbo, dove in passato i voti di opposizione a Vucic e al suo Sns si distribuivano fra diversi partiti di opposizione, più o meno proni alla formazione di governo. Il movimento degli studenti, cresciuto nelle piazze e nelle mobilitazioni scoppiate dopo“la strage di Novi Sad”, il crollo di una pensilina che ha ucciso sedici persone, ha il proprio principale collante nel “No” a Vucic. Anzi, a quello che loro definiscono “il regime mafioso di Vucic”.
La prima vera minaccia al potere di Vucic
Il presidente lo sa, lo teme e lo misura. Anche perché per la prima volta forse vede minacciato il suo potere. Dal novembre 2024, quando le proteste sono partite, ha provato a usare tutte le armi a sua disposizione per contenere o fiaccare l’ondata di indignazione che si riversava nelle piazze del Paese. Pur di disinnescarle, nel tempo ha anche sacrificato il suo ex primo ministro Miloš Vučević e un altro paio di esponenti di governo e sottogoverno, ma la mobilitazione è solo cresciuta.








