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Ultimo aggiornamento: 11:35
C’è un’astronave con quattro esseri umani a bordo, tre uomini e una donna, che si è spinta a 400.000 km dalla Terra, dove nessuno è mai giunto prima. L’equipaggio non può comunicare con il pianeta d’origine e si trova su una traiettoria di rientro libero progettata per ricondurre il velivolo verso casa anche in caso di avaria al propulsore. Sembra la scena di un film drammatico, ma si tratta di quello che accadrà al giorno 5 della missione Artemis II, quando la navetta Orion Integrity, lanciata dalla piattaforma 39B del Kennedy Space Center con il razzo Space Launch System della NASA, si troverà oltre la faccia nascosta della Luna. Per circa 40 minuti la Terra sarà invisibile e la radio crepiterà, inutilizzabile. L’equipaggio composto dal comandante Reid Wiseman, dal pilota Victor Glover, dalla specialista di missione Christina Koch (della NASA) e dall’astronauta canadese Jeremy Hansen (della Canadian Space Agency) effettuerà così un sorvolo ravvicinato (fly-by) della superficie lunare, a ben 58 anni dal volo dell’Apollo 8, prima missione della storia a portare esseri umani nell’orbita del nostro satellite.
La tuta pressurizzata di colore arancione che ciascun membro dell’equipaggio di Artemis II indosserà durante le fasi critiche del lancio e del rientro atmosferico è denominata Orion Crew Survival System (OCSS) ed è a tutti gli effetti un veicolo spaziale personale e indossabile. La tuta può mantenere in vita un astronauta fino a sei giorni, fornendo ossigeno, acqua e la possibilità di alimentarsi attraverso un’apposita apertura nel casco. Durante la missione, l’equipaggio eseguirà una specifica esercitazione per testare la velocità con cui la tuta può essere indossata e pressurizzata in condizioni di microgravità.















