Un giovane adulto. Freddo, distaccato, analitico. Ha impugnato le redini del Campionato senza chiedere l’autorizzazione a nessuno. D’altra parte, non era mai accaduto che un capobranco fosse bambino quanto lui. Kimi, si vede, fra trofei giganteschi e champagne che spruzza, si trova a suo agio, è proprio il suo giardino di casa. È stato “programmato” per essere un fenomeno. Prima da papà Marco che, di bielle e pistoni, se ne intende. Poi dal super manager Toto, il team principal più vincente della storia della F1 che si è innamorato del fenomeno emiliano quando andava ancora alle elementari.
Il podio, il gradino più alto, è la sua “comfort zone”: sembra che lo abbia già scalato centinaia di volte come l’amico Lewis. Tutti gli vogliono bene, per com’è e, soprattutto, per come corre, anche i leader che sentono vacillare la loro supremazia. Pure questa è una piacevole novità. Prost non amava Senna. Ad Alonso non era simpatico Hamilton. Vettel non digeriva Verstappen. Antonelli lo abbracciano tutti e, se mai ce ne fosse bisogno, lo incitano, quasi fanno il tifo per lui. Sarà il fiore più recente della Motor Valley il nuovo imperatore della velocità? «La direzione non è male, ma c’è ancora tanto da migliorare - spiega con modestia il ragazzo - bisogna continuare a lavorare e tenere i piedi per terra. È solo l’inizio».













