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Ultimo aggiornamento: 7:45
Le cronache di guerra – Gaza, Ucraina, Iran per citare le più note, ma si calcola siano all’incirca 60 i conflitti al mondo – che purtroppo si sono susseguite e si susseguono tuttora, ci raccontano delle migliaia di morti lasciati sul campo, o addirittura evaporati. Scene terribili, devastanti, che ci scuotono nel profondo.
Ma c’è un altro aspetto delle guerre che viene sempre tralasciato e che invece dovrebbe emergere per sottolineare ancor di più la follia dell’homo autodefinitosi “sapiens”. E questo aspetto è costituito dalla distruzione dell’ambiente, quello che oggi viene definito ecocidio. Il caso del passato forse più noto all’opinione pubblica è stato l’uso dell’agente arancio e del napalm sparsi dagli statunitensi sulle giungle del Vietnam per stanare i combattenti (da notare che l’uso di armi chimiche era vietato ma gli statunitensi dei divieti e delle leggi notoriamente se ne fregano): “Adoro l’odore del napalm la mattina presto” faceva pronunciare al recentemente scomparso Robert Duvall il regista Coppola in Apocalypse Now.
In quei dieci anni di quella guerra che gli Usa persero, furono gettati 76mila metri cubi di erbicida su 22mila kmq di giungla, provocando danni permanenti a quasi cinque milioni di persone. E ancora oggi vaste zone interne del Vietnam, a distanza di più di cinquant’anni, sono ancora contaminate. Oggi non si usano più armi chimiche (fatto salvo il fosforo bianco usato impunemente dagli israeliani, altri che delle leggi se ne fanno un baffo) ma gli effetti sul territorio non sono meno devastanti. Gaza è in tal senso l’esempio più emblematico, non perché le altre guerre in corso non producano danni all’ambiente, ma perché gli israeliani hanno adottato la tecnica di fare letteralmente e sistematicamente terra bruciata in quella striscia di territorio in modo tale da privare i palestinesi (quelli che si sono salvati dal genicidio) dei mezzi di sussistenza.






