L’ipotesi investigativa è, dunque, che quel ristorante — la Bisteccheria, la “leggerezza” dell’ex sottosegretario alla Giustizia Delmastro — fosse una lavanderia di soldi sporchi. Che servisse, si legge negli atti della Procura, a “reinvestire i capitali illecitamente accumulati nel corso degli anni”. Soldi della malavita. Che fosse utile inoltre a “sottrarre i beni e le attività illecitamente accumulate dall’associazione a misure ablatorie”, cioè espropriazione, sequestro, confisca. Chi l’avrebbe detto, no? I lettori di queste righe ricorderanno che il giorno numero uno, eravamo ancora alla vigilia del referendum, senza nient’altro sapere se non che Delmastro era o era stato in società con i titolari di quel locale, una cosa ci eravamo chiesti: come è possibile che chi si occupa dei controlli sui locali non sappia quello che si vede a occhio nudo? In ogni rione, in ogni quartiere gli esercizi commerciali che svolgono la funzione di riciclare soldi di provenienza illecita sono riconoscibili, ben noti a tutto il vicinato, se ne potrebbero fare elenchi qui e ora, a memoria. Perché anziché andare a perquisire all’alba le case di esponenti politici in procinto di partecipare a una manifestazione, parlo di Ilaria Salis, il governo non si preoccupa di verificare dove le mafie fanno i loro affari? Dove nascondono i denari frutto di crimine, dove evadono, dove si arricchiscono? Non è questa forse un’emergenza di legalità più rilevante, per la comunità intera? E, a monte: al di là delle dichiarazioni, si intende davvero combattere il business mafioso o si tollera? Domanda retorica. Il caso Delmastro è grottesco, non c’è da ripetere che risulta incredibile che non sapesse che era in società con le mafie, che credesse di avere a che fare con una diciottenne proprietaria a sua insaputa di un locale. Non ti informi, sulla diciottenne? Il fatto è che questo è solo un caso su un milione. È pieno, tutto attorno a noi, di centrali illegali di riciclaggio. Basta cercare, volerle trovare.