Si racconta che Ludovico il Moro, mentre era scortato dai francesi che lo portavano prigioniero a Loches, fu oggetto di assalti da parte della plebaglia, con sassi e insulti. Lui si sentì male e mai non seppe spiegarsi cosa fosse accaduto, volendo il suo buffone di corte accanto per consolarsi della crudeltà della sorte. Questo per dire che infierire sul vinto, o su chi si considera tale, è costume tanto antico quanto, appunto, plebeo. Ma c’è, nello scherno post-referendario che colpisce chi si è schierato convintamente per il Sì, anche quella malevolenza tipica dei maschi cui piace fare i galli cedroni, perdendo di vista il senso del limite. Che bisogno c’era, altrimenti, di infierire su Gaia Tortora, figlia di una vittima simbolo di malagiustizia? E che bisogno c’era di fare cori contro un magistrato, Annalisa Imparato, con sguaiati saltelli dentro un tribunale che si è avuto il coraggio poi di definire “liberatori”? È come se fosse tornata la tentazione brutale, ancestrale, di considerare le donne il primo e più accessibile e più indifeso bottino di guerra. Usando il linguaggio, lo sberleffo, come arma, certo, ma ferendo con algida cattiveria. Sorvoliamo sulla figura di Giorgia Meloni, la nemica numero uno contro la quale ogni insulto è consentito, da “bastarda” a “cortigiana”.
Quanti giornalisti irrispettosi verso le donne di centrodestra | Libero Quotidiano.it
Si racconta che Ludovico il Moro, mentre era scortato dai francesi che lo portavano prigioniero a Loches, fu oggetto di assalti da p...






