Francesco Damato
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Ho avuto la fortuna di conoscere e raccontare il moroteismo lungo. Quello che Aldo Moro, appunto, praticò per una ventina d’anni, anche a costo di rimetterci la vita per mano terroristica, componendo e scomponendo equilibri all’interno del suo partito, la ormai mitica Democrazia Cristiana, e nei rapporti con gli altri, alleati e persino dichiaratamente alternativi. Come lui stesso diceva del Pci di Enrico Berlinguer, convinto ad appoggiare dall’esterno due governi interamente democristiani presieduti da Giulio Andreotti. Fu l’esperienza della cosiddetta maggioranza di solidarietà nazionale, variante del “compromesso storico” perseguito invece da Berlinguer.
Ho avuto tuttavia anche la possibilità di conoscere, e ora di scriverne, il moroteismo breve. Quello, per esempio, della segretaria del Pd Elly Schlein, accorsa a celebrare Moro e ad ispirarvisi sotto i soffitti dell’Istituto Luigi Sturzo, a Roma, nel 48esimo anniversario della tragica morte dello statista democristiano. A meno di un mese da quell’anniversario e da quella compiaciuta ispirazione, la Schlein è riuscita a perdere altri pezzi del suo Pd. L’ultimo, anzi penultimo, pezzo perduto è quello di Pina Picierno, vice presidente del Parlamento europeo. Che proseguirà in un’altra casa o capanna la sua esperienza politica di riformista.







