Quella “Meloni morotea” titolata dal Foglio in prima pagina e ribadita con maggiore spazio all’interno, trattando della politica estera della premier fra guerre e trattative alterne di pace, mi ha incuriosito per una certa conoscenza e frequentazione di Aldo Moro avuta per una ventina d’anni. Troncata da una morte che grida ancora vendetta per i misteri fra i quali all’allora presidente della Dc fu barbaramente tolta la vita dai brigatisti rossi che lo avevano sequestrato 55 giorni prima, fra il sangue della scorta. Misteri non ridotti ma aumentati nei ripetuti processi, pur con tanto di condanne, e dalle inchieste parlamentari.

La curiosità nasceva anche da quella volta in cui la stessa Meloni, parlando di Europa alla Camera, si è una volta richiamata compiaciuta a Moro tra la sorpresa di molti, anche a destra, che trovarono troppo acrobatico il richiamo. Non era stato invece per niente acrobatico perché il Moro piaciuto alla Meloni era quello convinto che “le diversità” dei paesi del vecchio continente fossero una ricchezza nel loro processo di integrazione. Una specie insomma di sovranismo d’anticipo rispetto a un governo del quale Moro non aveva potuto immaginare l’arrivo in Italia ai tempi della maggioranza di cosiddetta “solidarietà nazionale” che egli aveva contribuito a far nascere attorno non a uno ma a due governi monocolori democristiani affidati alla guida di Giulio Andreotti.