L’area industriale di Tito Scalo porta ancora i segni dell’intensa attività di produzione del passato. Fertilizzanti, concimi chimici e separatori di batterie. Resti di capannoni e scheletri di prefabbricati sono lì a ricordare i ritardi di una bonifica e riconversione industriale mai avvenute, nonostante le promesse sempre rinviate. Da oltre vent’anni quest’area in provincia di Potenza rientra tra i siti di interesse nazionale (SIN) ma è tutto fermo, ostaggio di lentezze che coinvolgono anche lo stanziamento dei investimenti. Intanto, l’inquinamento del suolo continua. Le analisi condotte negli anni hanno dimostrato che le falde sotterranee continuano ad essere contaminate da fosfogessi, residui di concimi, fanghi di depurazione, scorie industriali, amianto, composti organici clorurati: tutti inquinanti molto pericolosi per la salute e l’ambiente, frutto delle attività condotte da ex Liquichimica ed ex Daramic.

È il 2001 quando il sito viene inserito nel Programma nazionale di bonifica. L’area, che inizialmente si estende su circa 430 ettari - per poi essere ridotta a 57 nel 2023 – risulta subito compromessa. Il sito industriale, avviato alla fine degli anni ’70, è solo parzialmente dismesso e da decenni in totale stato di abbandono. Si scopre così che l’area era stata ampiamente utilizzata come discarica di fosfogessi. Colpevoli di aver dato origine ad un banco gessoso esteso per circa 3 ettari e spesso fino a 4 metri. Non solo. Tra il 1987 e il 1990 sono state realizzate trincee per lo stoccaggio di 17mila metri cubi di fanghi di depurazione. "Dall’istituzione dell’area SIN a oggi è stata svolta solo l’attività di caratterizzazione, ossia la fase preliminare per capire quanto è stato contaminato il sito, ma la bonifica non è mai avvenuta, nonostante gli annunci di finanziamenti pubblici – spiega Antonio Lanorte, presidente di Legambiente Basilicata – gli ultimi risalgono al 2025, con lo stanziamento di 40 milioni di euro dei Fondi di coesione, ma al momento non risulta alcuna programmazione. Ci sono poi 12 milioni di euro che riguardano l’inquinamento provocato dalla ex Daramic".