Un miracolo industriale diventato un incubo ambientale. Un riscatto economico trasformatosi in un territorio ferito e dilaniato. Accade a Crotone, città affacciata sullo Jonio, dove, negli anni Venti del secolo scorso, è iniziato il processo di industrializzazione che porterà alla realizzazione di uno dei poli chimici e metallurgici più rilevanti del Sud Italia. Prima lo stabilimento Pertusola per la produzione di zinco. Poi Fosfotec per l’acido fosforico. Infine, Agricoltura per i fertilizzanti azotati e fosfatici. Tre storiche fabbriche progressivamente confluite nel gruppo Eni. Così, per quasi un secolo in questo angolo di terra vengono prodotti metalli e concimi. E per quasi un secolo i residui si accumulano impunemente: fosfogessi, fanghi, metalli pesanti (soprattutto cadmio, arsenico, piombo, mercurio, cromo), materiali radioattivi, amianto. Una parte finisce in due grandi discariche costiere. Un’altra viene miscelata con inerti per creare conglomerato idraulico catalizzato (Cic), poi impiegato per costruire strade, porti, piazzali, ma anche scuole e alloggi.

Di fronte al disastro, nel 2001 lo Stato istituisce il SIN, il cui perimetro viene definito nel 2002 e notevolmente ampliato nel 2017, fino a includere 884 ettari di suolo e 1.448 di mare. Le analisi hanno tradotto in numeri la gravità della situazione: un milione di tonnellate di rifiuti, con alcune sostanze tossiche che superano di migliaia di volte i limiti consentiti. Tra queste, il cromo, che nell’area portuale ha raggiunto i 29.015 milligrammi per chilo. Contestualmente, vengono accertate le responsabilità di Eni, che è, dunque, chiamata ad attuare interventi di risanamento. Lo fa attraverso la sua società ambientale, Eni Rewind, incaricata di provvedere a iniziative di ripristino, secondo il principio “chi inquina paga”. Negli anni seguenti la controllata avvia, quindi, un Progetto operativo di bonifica delle discariche sulla costa. Valore complessivo: circa 117 milioni di euro, di cui oltre 87 stanziati dal ministero dell’Ambiente. Attiva, inoltre, una barriera idraulica per contenere la falda e alcuni interventi nelle aree urbane contaminate. Azioni insufficienti, parziali e frammentate, andate avanti a spizzichi e bocconi a causa di contenziosi e difficoltà autorizzative.