Il governo si veste da befana e punta sul carbone. Qui a Libero, che di questa opzione ne abbiamo fatto quasi una bandiera, ci sentiamo un po’ meno soli. Siamo brutte persone e ci accontentiamo di poco. Ma ovviamente «c’è chi dice no» canterebbe Vasco Rossi. «Ricetta per arricchire le lobby e impoverire gli italiani» sentenzia Angelo Bonelli. «Doveva essere un decreto salva bollette e diventa salva carbone» è il coro del M5S. Che quel decreto, definito da Bloomberg «misura choc» contro il caro energia, sia arrivato in sede di conversione alla Camera già stagionato è un dato dai fatto inoppugnabile. Certo non per colpa di Giorgia Meloni. Nel frattempo ne sono successe di cosucce a partire dallo scoppio della nuova guerra del Golfo con conseguente chiusura dello stretto di Hormuz. Il climatesimo ha i suoi comandamenti, si sa. Il primo è chiudere tutte le centrali a carbone.
E sia messo agli atti. Un terzo dell’elettricità mondiale viene prodotta bruciando carbone. Nessuna fonte viene utilizzata di più. Il governo avrebbe dovuto sancire quest’anno la definitiva chiusura delle centrali a carbone. Ed invece la scadenza è spostata al 2038. Non è un calcio al barattolo ma una scelta anche questa dirompente, anzi normale. E potrebbe frenare più di ogni altra misura il caro energia. In commissione Attività produttive è stato approvato un emendamento presentato dal capogruppo della Lega alla Camera Molinari appoggiato dal collega di FdI Luigi Bignami e quindi riformulato dal governo. La decisione era nell’aria da mesi. Nel corso di un question time in Parlamento il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, aveva già spiegato che si prevedeva il posticipo della chiusura al 2038. In buona sostanza si tengono in vita quattro centrali a carbone ancora in funzione. Le tre di Enel a Brindisi, Civitavecchia e nel Sulcis, e quella di EP Produzione a Fiumesanto (Sassari). La potenza totale installata è di 4,7 gigawatt. Tradotto in soldoni significa che potrebbero teoricamente produrre oltre 41 miliardi di Kwh. Ma nessuna centrale lavora al 100% del suo potenziale. È più ragionevole ipotizzare un fattore di carico che vada dal 65% all’85% come stimato dal centro Energy e Strategy Renewable Energy del Politecnico di Milano. Sulla base di queste assunzioni stiamo parlando di un range di nuova elettricità prodotta che va da 27 a 35 miliardi di Kwh. Dandogli salomonicamente nel mezzo significano 31 miliardi di Kwh. Sono tanti? Sono pochi? Sono banalmente il 10% dell’energia che consumiamo in un anno. Il carbone oggi costa oltre 140 dollari a tonnellata.







