Raccontano che Giorgia Meloni si fosse presa (e avesse dato) un giorno di tempo, dopo la clamorosa nota uscita da Palazzo Chigi martedì sera, in cui auspicava che Daniela Santanchè mostrasse la stessa «sensibilità istituzionale» di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi e si dimettesse. Il tempo di andare in visita di Stato nella Repubblica algerina e tornare. Raccontano anche che, se al rientro a Roma non avesse trovato pronte le dimissioni del ministro del Turismo, lei stessa avrebbe provveduto manu militari. È vero che il presidente del consiglio italiano non può “licenziare” un ministro che non vuole andarsene e per liberarsene è necessaria una mozione di sfiducia individuale. Però può sfilare subito competenze e dossier al ministro, lasciandolo a capo di una scatola vuota. Un ulteriore segnale in vista del voto sulla mozione di sfiducia per Santanchè, già presentata dalle opposizioni e calendarizzata per lunedì. Al centrodestra sarebbe bastato astenersi per chiudere la pratica.
Ma il dramma della sfiducia individuale - almeno quello - la maggioranza se lo è risparmiato. Alle 18, mentre l’aereo con Meloni a bordo decollava da Algeri diretto verso Roma, Santanchè ha annunciato le proprie dimissioni in una lettera in cui non mancano asprezze che a Palazzo Chigi hanno fatto inarcare più di un sopracciglio. Per esempio, laddove sostiene di provare «amarezza» per come è andata la vicenda e per essere costretta a pagare anche i conti «degli altri». Rientrata a Roma, la presidente del consiglio non ha commentato la vicenda in pubblico. Si è limitata a far sapere ai suoi di essere rimasta «delusa umanamente» dall’ormai ex ministro e di avere «rimediato a degli errori» chiedendole di lasciare il posto, dimostrando così che nel suo governo «non ci sono sacche di impunità».















