ROMA. Nino Di Matteo è uno dei magistrati simbolo della lotta alla mafia. Risponde al telefono dal suo ufficio romano della Procura nazionale. Ha fatto un’orgogliosa battaglia per il no contro la riforma della Giustizia. Si dice «felice» per l’esito del referendum, ma ammette che delle riforme c’è ancora bisogno. Dice di essersi trovato a disagio per quei colleghi che dopo i risultati hanno intonato cori da stadio: «Certe reazioni potevano essere evitate».
Si aspettava finisse così?
«I cittadini hanno detto no al tentativo di modificare sette articoli della Costituzione senza un solo emendamento parlamentare. La Carta non può essere modificata a maggioranza, semmai con un accordo frutto di discussione fra le forze politiche. Sono felice perché il voto di ieri è l’ulteriore dimostrazione che nel Paese esiste ancora una maggioranza silenziosa che non si riconosce necessariamente nei partiti, e questo per me è segnale di speranza».
In effetti è la terza volta su quattro in vent’anni che una maggioranza di governo fallisce nel tentativo. È accaduto anche al centrosinistra.
«Credo ci sia consapevolezza diffusa sul fatto che prima di modificarla la Costituzione vada applicata nei principi costantemente disattesi: l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, il diritto alla salute, al lavoro, il ripudio della guerra. Non è normale che i governi legiferino ormai solo per decreto. Mi faccia aggiungere questo: i giovani sono andati a votare in massa, nonostante a tanti studenti fuorisede sia stato impedito di farlo. Questo significa che quando è in gioco la difesa della Costituzione i giovani non sono disinteressati come qualcuno vorrebbe far credere».















