Le tensioni geopolitiche tornano a mettere sotto pressione il sistema energetico europeo. L’escalation del conflitto in Medio Oriente e le difficoltà attorno allo Stretto di Hormuz – uno dei principali corridoi energetici globali – hanno provocato una rapida impennata dei prezzi internazionali di petrolio e gas, con effetti immediati anche sul costo dell’elettricità. Nei primi dieci giorni della crisi, segnala il think tank energetico indipendente Ember, il costo dell’elettricità prodotta dalle centrali a gas nell’Ue è aumentato di oltre il 50%. Questo perché nel mercato europeo sono spesso proprio gli impianti termoelettrici a determinare il prezzo finale dell’energia. Il legame tra combustibili fossili e bollette resta infatti una delle principali fragilità del sistema elettrico europeo.
Allo stesso tempo, la transizione energetica sta modificando il mix di produzione. Sempre Ember osserva che nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto circa il 47% della generazione elettrica nell’Ue, confermandosi la principale fonte di elettricità del continente e rafforzando la progressiva riduzione del peso dei combustibili fossili nel mix energetico europeo. Le tecnologie pulite stanno diventando sempre più competitive anche dal punto di vista economico. Lo confermano i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia, secondo cui il costo medio lungo il ciclo di vita degli impianti eolici e fotovoltaici in Europa si colloca tra 50 e 75 dollari per megawattora, contro circa 165 dollari del nucleare e oltre 200 dollari per gas e carbone. Inoltre, l’Agenzia europea dell’ambiente stima che il raggiungimento degli obiettivi climatici al 2030 potrebbe ridurre i prezzi all’ingrosso dell’elettricità fino al 60%, grazie alla minore dipendenza dai combustibili fossili.









