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Ultimo aggiornamento: 15:47

Per fortuna, la maggior parte dei votanti al referendum costituzionale sulla magistratura ha preso sul serio l’ammissione del ministro proponente (Carlo Nordio) fissata nel suo libro (Una nuova giustizia, pagg. 122-123), ovvero che il fine autentico della riforma (scampata) consisteva nel “mettere in riga” la magistratura, accusata di intralciare l’azione politica di qualsiasi maggioranza di governo: infatti (scrive il ministro) “si sa benissimo quanto sia stata limitata la sovranità della politica davanti all’invadenza delle Procure”.

In effetti, quello di domenica scorsa è stato un voto inteso a scegliere tra “ceto politico” e “magistratura”. Sono in parte tornati al voto gli sfiduciati dell’attuale politica (e delle attuali discipline elettorali). La comunità si è espressa a maggioranza nel senso di preferire la magistratura, che pure non sarà “perfetta” ma è di gran lunga migliore rispetto al ceto politico. La maggioranza dei votanti non ha esitato: tra Gratteri e Delmastro ha scelto il primo.

Del resto, era chiaro, già in corso di approvazione (rapida e “risoluta”) della legge di revisione costituzionale, che il fine sostanziale della riforma consisteva nel progressivo indebolimento dell’autonomia della magistratura. Ed era pure chiaro che quello sarebbe stato solo il “primo tempo” del disegno politico-costituzionale volto a mutare profondamente la “forma di governo” e la “forma di stato” del Paese: il “secondo tempo” sarebbe stato quello della riforma costituzionale per l’elezione diretta del primo ministro. Ma dopo l’esito referendario, c’è da credere (e da sperare) che la maggioranza di governo sarà più cauta nel completare l’iter procedurale di questa seconda revisione costituzionale (al momento, il testo è stato approvato una prima volta dal Senato; mancano quindi tre deliberazioni: le due della Camera e la seconda del Senato).