Appare quantomeno ironico, se non capovolto, il destino di Byung-Chul Han: filosofo appartato, quasi monastico, sprovvisto di profili social ufficiali, alieno a ogni mondanità e abile nell’arte di schivare le interviste, è diventato presenza più che mai tenace nel flusso del web. Già il 17 aprile 2024 il New Yorker lo incoronava «il filosofo prediletto da Internet». Le frasi tratte dalla sua ampia produzione saggistica piovono su Instagram e TikTok come rimedi rapidi alle aridità del presente: aforismi pronti all’uso, cifrario diagnostico delle tossicità dell’oggi, lessico portatile con cui decifrare le correnti del disagio contemporaneo. Non perché rispondano davvero ai dubbi - d’altronde, la vera filosofia nasce dalla meraviglia, e la meraviglia è sempre domanda, mai risposta - ma perché funzionano come specchi immediati d’inquietudini diffuse, a portata di click, ricondivisioni e like. Accade dunque che le pillole di Chul Han circolino molto più del suo pensiero, e che il filosofo venga citato con una frequenza che raramente si accompagna all’impegno di leggerlo.

Al pensatore tedesco-sudcoreano nato a Seoul nel ’59, già professore di Filosofia e Studi Culturali a Berlino, alla UdK (Università delle Belle Arti), si riconosce una densa produzione di libri che sin dalla caratura dei titoli si annunciano evocativi, nel segno di un apparente disincanto che in realtà volge sempre alla ricerca di mutamento risolutivo, agito dal dovere di riflessione. Accomunati dal formato pamphlettistico, ibridi tra manifesto teorico-pratico e saggio, di rado gli scritti di Byung-Chul Han varcano le centotrenta pagine. Ma l’esilissima fattura certo non confligge con la ricchezza concettuale: se ne rende anzi scrigno, e la profondità contenutistica è estesa in uno stile planare, acuminato e pulito. Solo per menzionarne alcuni, editi da Nottetempo, si ergono Psicopolitica (2016), su come la libertà illimitata generi invisibili ma salde catene; L’espulsione dell’Altro (2017), plasmato in modo sottile su lingua e visione heideggeriane; La società della stanchezza (2020), forse il più noto; La scomparsa dei riti. Una topologia del presente (2021), sulla crucialità del recupero del rito in quanto forma di raccoglimento, per guarire dalla tirannide dell’io, dal frastuono dell’iperproduttività e dell’usa e getta. La sua opera più recente, pubblicata da Einaudi nel 2025, Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione si presta a una disamina affilatissima, giocata sulle sottigliezze e sull’idea, assolutamente eversiva, del recupero non dell’ottimismo, che è «completamente autoevidente e privo di dubbi», ma della pratica attiva di sperare, giacché la speranza «non si presenta come qualcosa di ovvio. Essa risveglia. Nella maggior parte dei casi deve essere evocata, implorata».