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Ultimo aggiornamento: 7:01

Come testimoniato dal saggio di Robert Scholes ed Eric S. Rabkin, Fantascienza. Storia-Scienza-Visione, nelle sue espressioni più mature questa forma letteraria non si è limitata a immaginare strabilianti tecnologie future. Essa ha agito, piuttosto, come una forma estrema di filosofia sociale e di indagine antropologica, capace di dar voce alle nostre inquietudini più profonde, traducendo in archetipi visibili quelle zone d’ombra della natura umana destinate altrimenti a rimanere inespresse.

Tra le intuizioni più interessanti della fantascienza, possiamo ragionevolmente annoverare la figura del “rettiliano“: un essere che, sotto parvenza umana, nasconde una natura predatrice, sostanzialmente priva di empatia e, in definitiva, aliena rispetto alla nostra specie.

Del resto, il rettile — declinato spesso in forma di serpente o di drago — vanta una storia antica e quasi archetipica: è un rettile il tentatore del Paradiso Terrestre che decreta la caduta dell’umanità, così come sono rettili i mostri che i santi sauroctoni devono sconfiggere per bonificare le terre destinate agli insediamenti umani. Nella mitologia cristiana, la vittoria sulla bestia fu il presupposto per l’antropizzazione di città come Parigi, Metz, Roma o Benevento; l’espressione dei monaci medievali “sconfiggere il drago” altro non era che una metafora per indicare il risanamento di zone insalubri, rendendole finalmente atte a ospitare la civiltà.