L’ingiustizia è uguale per tutti e ci terremo per i prossimi 20 anni questo sistema della magistratura fallimentare, giacobino, asservito alle correnti della politica e contro gli interessi del cittadino. Gli elettori hanno votato, massimo rispetto, ma il problema resta e la difesa della Costituzione nulla c’entra in questa storia. Le lezioni del referendum sono molte, penso sia un esercizio in gran parte inutile perché l’unica domanda che conta, per il centrodestra, per il governo, per Giorgia Meloni, per noi, adesso è quella del compagno Lenin: che fare?

Tra i tanti spunti, il primo, il più interessante, mi sembra quello che riguarda la separazione non delle carriere ma del Paese in due parti: la prima è quella produttiva, del Nord, dei ceti che sono dedicati all’impresa, l’Italia del fare che ha votato Sì; la seconda è quella del Mezzogiorno, un’Italia assistita, attaccata come la cozza di Giovanni Verga allo scoglio del reddito senza lavoro, alle pensioni di invalidità, alle promesse che dai tempi di Lauro arrivano fino al presente con le mirabolanti trovate economiche del presidente della regione Campania, Roberto Fico, già noto alle cronache per non aver mai combinato niente prima di approdare alla Presidenza della Camera. Sono due Italie alle quali bisogna guardare con realismo.