Con il voto referendario gli italiani si sono pronunciati. E, a giudicare dal risultato, secondo loro, la giustizia funziona, non c’è bisogno di cambiare, di riforme. Del resto, è difficile pensare il contrario. I processi sono rapidi, non si trascinano per anni, né incidono sulla vita delle persone, non diventano una condizione esistenziale. La durata è ragionevole, prevedibile, compatibile con qualsiasi progetto di vita. Si entra in un processo sapendo quando e come se ne uscirà. La certezza del diritto è solida perché le decisioni sono coerenti, stabili e prevedibili. Chi intraprende un’azione giudiziaria sa con certezza quale sarà l’esito. Le norme sono chiare, le interpretazioni convergono, la giurisprudenza non sorprende. La custodia cautelare è usata con estrema parsimonia, solo quando strettamente necessaria e per il tempo necessario. Non è mai percepita come una pena anticipata, né produce conseguenze irreparabili nella vita di chi la subisce. L’ingiusta detenzione è una rara eccezione statistica. Non è un problema strutturale, né un tema di sistema.

Non incide sulla fiducia dei cittadini. Gli errori giudiziari sono sporadici, quasi residuali. E quando accadono, vengono riconosciuti rapidamente, senza indugi e con indennizzi sempre adeguati. Non esiste quel senso di irresponsabilità che alberga in altri settori, perché quando sbaglia chi giudica, le conseguenze sono sempre esemplari. La giustizia civile è accessibile. I costi e i tempi sono contenuti, proporzionati, sostenibili. Non esistono barriere economiche all’ingresso, tanto che nessuno rinuncia a far valere un proprio diritto per ragioni di spesa odi convenienza. La giustizia amministrativa è altrettanto efficiente: i tempi sono brevi, le decisioni tempestive, l’impatto delle pronunce immediato. Il rapporto tra il privato e la pubblica amministrazione sempre equilibrato. Insomma, il sistema funziona bene.