Dopo 40 anni Tim si prepara a tornare in mano pubblica. Poste Italiane ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) totalitaria su Tim. Un’operazione non ostile che vale 10,8 miliardi di euro e che Poste annuncia come “altamente attraente” per gli azionisti della società telco. Ma è soprattutto un colpo di scena inatteso: Poste, che detiene una partecipazione in Tim pari al 27,3%, solo due mesi fa (a fine gennaio) approvava la proposta di conversione delle azioni di risparmio Tim in azioni ordinarie, operazione per effetto della quale la partecipazione sarebbe scesa al 20,10%.Cosa è successo in così poco tempo per far cambiare idea alla società? E cosa c’è dietro?Poste dichiara che “l’operazione è perfettamente coerente con la strategia di lungo periodo” e che “il modello di business di ‘società piattaforma’, basato sulla più ampia rete fisica e digitale d’Italia, trova nell’integrazione con Tim una naturale evoluzione, attraverso la convergenza di reti, cloud, edge-computing, dati e identità digitale”.Il mercato però, a caldo, non ha accolto positivamente la mossa: nella mattinata nel 23 marzo, il titolo di Poste è arrivato a perdere fino al 9% a Piazza Affari mentre Tim ha esordito guidando il listino con un +4%. Il tutto nonostante i numeri monstre della nuova Poste-Tim: ricavi per 26,9 miliardi, una capitalizzazione superiore a 30 miliardi e circa 150mila dipendenti con sinergie stimate in circa 700 milioni annui (500 milioni di costi e oltre 200 milioni di ricavi) e benefici sull'utile per azione attesi a partire dal prossimo anno.Da Sip a Poste, si tornerebbe dunque alle origini: il condizionale è d’obbligo perché per portare l’Opas a casa serve un’adesione del 66,67% nonché il via libera delle autorità. La valorizzazione delle azioni è pari a 0,635 centesimi e c’è un premio del 9,01% (l'offerta prevede per 5.000 azioni Tim 109 azioni Poste di nuova emissione e una componente in contanti). In caso di adesione al 100% si stima un esborso per Poste di circa 2,8 miliardi. Se l’operazione andrà a buon fine (il closing è previsto per fine anno) la quota pubblica scenderebbe dall'attuale 65% a circa il 51% - Cassa depositi e prestiti dal 35% al 28% e il ministero dell’Economia e delle Finanze dal 29% al 13% – e gli azionisti Tim arriverebbero a detenere il 22% del capitale di Poste. L’operazione punta anche al delisting di Tim (cioè la rimozione del titolo azionario dalla Borsa Italiana) e soprattutto alla creazione di una piattaforma infrastrutturale intelligente per la crescita dell'Italia.C'è un rischio per i lavoratori?Bocche cucite da parte dei competitor. Del resto, è difficile al momento comprendere gli impatti concreti in un mercato, quello delle telecomunicazioni, in sofferenza da anni. L’operazione avrà effetti sulla tenuta della concorrenza tenuto conto della potenza di fuoco della nuova Poste-Tim soprattutto sui servizi considerati più strategici come il cloud e la cybersecurity?Non sa sottovalutare a tal proposito le trattative in corso da parte di Poste per acquisire una partecipazione pari al 20% del Polo strategico nazionale in cui Tim detiene la quota maggioritaria del 45%.Vengono invece allo scoperto i sindacati: per la Slc Cgil “nonostante i tanti errori, a partire dalla separazione della rete fissa, questa operazione indica chiaramente che una strada per riportare il Paese al centro della competizione tecnologica digitale internazionale giocando un ruolo da protagonista in Europa è ancora possibile e passa necessariamente per la ricostituzione di un campione nazionale integrato delle tlc a controllo pubblico”.Per Uilposte e Uilcom se è vero che “l’operazione è di portata storica” servono tutele per i posti di lavoro. E si chiede l’avvio di un tavolo congiunto tra Poste e Tim perché “il sindacato non può e non deve essere considerato un mero spettatore” dell'operazione.Che fine fa l’accordo di Tim con Fastweb+VodafoneL’operazione Poste-Tim fa il paio con un’altra importante operazione annunciata nei giorni scorsi e che avrà un impatto altrettanto dirimente: l’accordo fra Tim e Fastweb+Vodafone per la realizzazione e la gestione di 6mila nuove torri per la telefonia mobile e l’obiettivo di accelerare il roll-out nazionale del 5G. Una pessima notizia per la tower company Inwit (il titolo è crollato in Borsa con picchi di oltre il 20%) costretta a rivedere al ribasso le linee guida per il 2026. Situazione che aprirà inevitabilmente un contenzioso legale sul Master Services Agreement, ossia sul contratto a lungo termine (scade a marzo 2038) siglato a suo tempo con Tim e Vodafone e che ha comportato per Inwit un investimento iniziale di circa 10 miliardi.I dossier caldi su tavolo dell’EuropaMa a proposito di 5G ci sarà da fare i conti con il rinnovo delle licenze per le frequenze, quelle in scadenza nel 2029, e con gli extra-costi derivanti dalla dismissione delle tecnologie in capo ai fornitori che l’Europa considera “non sicuri” – a partire da Huawei e Zte – sulla base della richiesta ban & swap (stoppare e sostituire).Sono le due questioni chiave messe nero su bianco nei due dossier più importanti per il futuro dell’economia europea: il Digital networks Act e il nuovo Cybersecurity Act. Sulle proposte presentate dalla Commissione europea, è in corso l'iter parlamentare per arrivare alle versioni definitive dei regolamenti con il via libera finale del Consiglio, ossia degli stati membri. Ed è qui che la faccenda si fa complessa considerato che bisognerà arrivare a una quadra condivisa.Nei giorni scorsi a Bruxelles su proposta dell'europarlamentare dell'Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) Nicola Zingaretti si sono riuniti a dibattito molti degli italiani che “contano” nell’ambito delle telecomunicazioni, per fare il punto della situazione, confrontarsi e soprattutto evidenziare non tanto i benefici attesi dai due provvedimenti, ma le criticità lungo il cammino. “E si tratta solo del primo di una serie di incontri”, ha annunciato Zingaretti nell’evidenziare che “l'Europa avrebbe bisogno di 800 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi per colmare il divario tecnologico con le altre potenze globali” e denunciando che “l’attuale quadro finanziario europeo non va bene, servono più risorse”, ricordando anche il report sulla competitività di Mario Draghi.Il nodo delle frequenze, gli investimenti al paloSul fronte delle frequenze, l’amministratore delegato di Tim, Pietro Labriola, nel ribadire che la situazione in Europa è “drammatica” ha sottolineato che “la questione delle frequenze va affrontata subito. Le telco, soprattutto quelle quotate, rispondono agli azionisti che vogliono chiarezza sui piani di investimento. Cosa diciamo agli azionisti, di aspettare il 2030? Ci si rende conto o no che le frequenze sono un asset fondamentale per gli operatori di telecomunicazioni?”"Per sostenere innovazione e investimenti nelle reti mobili europee serve un vero level playing field fra incumbent e challenger. Solo così si può innescare una concorrenza sana, che premia chi innova”, ha detto l’amministratore delegato di Iliad, Benedetto Levi nell’evidenziare che “è fondamentale, pertanto, garantire una distribuzione equa delle frequenze e una gestione armonizzata dello spettro, affinché tutti gli operatori partano dalle stesse condizioni e il mercato resti competitivo”.È l’unica opzione rimasta sul tavolo per riportare a tre il numero di operatori mobili infrastrutturati a garanzia della sostenibilità di tutto il comparto. Sul fronte della fibra si allontana la fusione fra Open Fiber e FiberCop e non è da escludersi che gli americani di Kkr escano di scenaCybersecurity Act, per le telco l’ennesima stangataPiù che sugli impatti del Digital networks Act, è sul Cybersecurity Act che l’amministratore delegato di Fastweb+Vodafone Walter Renna punta il dito: “La cybersecurity e la resilienza delle reti non sono in discussione, le telco lo sanno benissimo, ma la nuova normativa, se dovesse passare così com’è, imporrà investimenti massivi per la sostituzione di apparati che non sono del tutto ammortizzati”.Secondo il manager servono opportuni aggiustamenti del tiro: “Esistono livelli di sicurezza diversi sulla base della rete, è evidente che la core network va protetta immediatamente, ma per quel che riguarda la componente radio il livello di rischio è decisamente più basso, quindi è necessaria una misura più coerente con il livello di rischio”.Renna ha inoltre evidenziato che l’Europa ha previsto 36 mesi di tempo per gli adeguamenti sulla rete radio. “È un tempo troppo breve, qui serve un’analisi di rischio seria perché ad oggi gli operatori non sono in grado di affrontare questa tipologia di investimenti anche considerando che per ammortizzare gli investimenti nelle reti 5G ci vogliono circa 10 anni”.
Da Sip a Poste Italiane, per Tim è un ritorno alle origini: cosa c’è dietro l’operazione da oltre 10 miliardi
Lanciata l’Opas, un vero e proprio colpo di scena. Lo scenario delle telecomunicazioni in Italia sta per vivere una rivoluzione? I sindacati pronti a intervenire sul futuro dei lavoratori. E c’è ancora da fare i conti con il rinnovo delle frequenze per il 5G











