Si chiama Shahnameh, il Libro dei re. È un poema epico lunghissimo - cinquantamila distici, i versi doppi della poesia persiana -, forse il più lungo poema mai scritto da un singolo autore, il doppio dell’Iliade e dell’Odissea messe insieme. Venne composto da Hakim Abol-Qasem Firdusi tra la fine del X e i primi anni dell’XI secolo, dopo la conquista araba dell’altopiano iranico, con l’intento di mantenere in vita la già allora millenaria civiltà persiana. Il libro mischia mitologia iranica e storia: nella terza e ultima parte compaiono tutti i sovrani sasanidi, i due Cosroe, ma ci sono anche gli achemenidi Ciro il Grande e Dario, e soprattutto il suo vincitore, Iskander-Alessandro Magno.

Firdusi scriveva in una lingua depurata da influenze arabe, narrava il passato pre-islamico della Persia, manteneva viva la memoria dello zoroastrismo. Era islamico - non poteva permettersi di non esserlo- ma quanto al suo intento, è difficile non vedervi una profonda opera di resistenza all’islam vittorioso. Firdusi non è uno storico, eppure la sua opera contribuì in modo decisivo a mantenere viva una tradizione di civiltà. Come egli stesso dichiarava alla conclusione del poema, nella traduzione che ne fece Italo Pizzi - orientalista torinese dell’Ottocento, primo e unico in Europa ad aver reso in versi l’intero poema dopo quasi vent’anni di lavoro, dalla cattedra di sanscrito e lingue orientali dell’Università di Torino: Poi che l’inclito libro così venne al suo fin/del verso mio tutta è piena la terra/ned io morrò più mai, ch’io son pur vivo/da che il seme gittai di mia parola.