In Medio Oriente la storia è politica. Durante la “Guerra dei dodici giorni”, sei mesi fa, alcuni importanti siti istituzionali israeliani hanno lanciato messaggi in persiano, alla popolazione iraniana, in cui ricordavano Ciro il grande, la grande storia dei persiani e l’antica amicizia fra quel popolo e il popolo d’Israele. Anche nei giorni scorsi, quando si è di nuovo acutizzata la crisi iraniana, Netanyahu è tornato a citare Ciro II di Persia (590-530 a.C.) che fondò l’impero achemenide e liberò gli ebrei deportati dai babilonesi nel 538 a.C. autorizzando il loro ritorno nella loro terra e la ricostruzione del Tempio a Gerusalemme: «Celebriamo un grande re... Re Ciro, che riportò gli ebrei dall’esilio di Babilonia in Giudea, dove fu costruito il Secondo Tempio per il popolo ebraico. Fu un grande re e un grande amico».

Ciro è importante nel racconto biblico tanto che è l’unico re non ebreo per il quale si usano titoli messianici (Is, 45,1). Israele lo ricorda da millenni come un suo liberatore. E questo sentimento è ricambiato dal popolo della Persia. Nei giorni scorsi, in qualche talk show, sono intervenuti alcuni giovani, iraniani e iraniane, che hanno riaffermato con decisione la storica amicizia del loro popolo con Israele, amicizia che il khomeinismo dal 1979 ha cercato di rovesciare in odio sostenendo la lotta contro Israele. Gli iraniani che oggi manifestano contro il soffocante e orrendo regime khomeinista amano rifarsi a ciò che l’Iran è stato prima del 1979 e in particolare all’antica civiltà persiana, che è fiorita ben prima dell’arrivo dell’Islam.