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Ultimo aggiornamento: 9:18

Cinquant’anni dopo la notte più buia, l’Argentina continua a fare i conti col proprio passato

Ci sono date che non appartengono soltanto al calendario. Date che, anche dopo mezzo secolo, continuano ad attraversare la storia di un Paese come una frattura aperta. Il 24 marzo 1976 è una di queste. Quella notte, quando le Forze Armate rovesciarono il governo costituzionale di Isabel Perón, iniziò quella che molti argentini ricordano come la notte più lunga della loro storia. Non una notte fatta di ore, ma di anni: anni di terrore, sparizioni forzate, silenzi imposti e ferite che ancora oggi non si sono completamente rimarginate.

Il golpe non fu un fulmine a ciel sereno ma piuttosto il punto di convergenza di processi più profondi che vedevano da un lato una crisi economica globale che stava ridefinendo i rapporti di forza nel capitalismo mondiale, dall’altro l’intensificarsi della conflittualità sociale in Argentina, dove il movimento operaio, studentesco e popolare aveva raggiunto livelli di mobilitazione senza precedenti. In quella fase storica, la possibilità che i settori subalterni potessero avanzare verso forme di autonomia sociale e di indipendenza politica non appariva un’ipotesi astratta. Per le élite economiche e politiche, quel ciclo doveva essere interrotto. Trovarono nelle Forze Armate lo strumento, mentre in parte della gerarchia ecclesiastica e settori civili il linguaggio morale necessario a legittimare l’operazione. L’obiettivo dichiarato era ristabilire l’ordine, ma quello reale era ristrutturare la società argentina e imporre un nuovo modello economico.