La lotta contro il tempo è già persa. A tenere viva la speranza di evitare una crisi energetica è stata finora soprattutto la possibilità, per quanto remota, di una pronta riapertura dello Stretto di Hormuz. Ma l’escalation militare delle ultime ore ha compromesso impianti chiave nel Golfo Persico, provocando danni tanto gravi da allontanare addirittura di anni il traguardo di un ritorno a forniture regolari.

È la capacità di produzione (e non più solo di esportazione) di idrocarburi e prodotti chimici ad essere stata ridotta. E la brutale impennata delle quotazioni di gas e petrolio nella seduta di giovedì 19 rischia di essere solo un assaggio di quanto potrebbe accadere.

Sui mercati europei il gas è arrivato a guadagnare il 35%, toccando un massimo di 72 euro per Megawattora al Ttf: livelli che non si vedevano dal 2022 e più che doppi rispetto a prima della guerra in Medio Oriente.

Il Brent è ritornato a sfiorare 120 dollari al barile, con punte di rialzo oltre il 10% che hanno lasciato indietro il Wti: lo spread con il greggio americano si è allargato in alcuni momenti a più di 20 dollari, divaricazione mai vista (salvo che nell’aprile 2020, quando il Wti scambiò brevemente a prezzi negativi). Una divaricazione anomala che è essa stessa un segnale di allarme, perché a provocarla sembra sia stato il timore che l’amministrazione Trump – spaventata da rincari fuori controllo – possa sospendere le esportazioni di greggio dagli Stati Uniti o intervenire con vendite sui mercati dei futures.