Tra il Settecento e il Novecento, dalla valle dell’Engadina arrivano in Italia decine di migliaia di svizzeri. E per tutta la penisola cominciano ad aprire le loro pasticcerie, trasformandole: non sono più ad uso esclusivo della nobiltà, ma diventano popolari. Caflisch a Napoli, Klainguti a Genova, Caviezel a Catania sono solo alcuni esempi. Ci sono poi le pasticcerie svizzere romane e quelle siciliane. A Firenze nel 1848, delle 68 caffetterie e pasticcerie esistenti 27 sono a guida svizzera. A Trieste sono addirittura 21 su 37. Questi locali e le loro storie sono raccontati nel libro “La Dolce Vita” del giornalista Lorenzo Cresci, edito da Multiverso.

«Quando guardiamo oggi al Cantone dei Grigioni pensiamo a ricchezza e turismo di lusso. Ma all’epoca gli abitanti dei villaggi della valle avevano poche prospettive per il futuro. Spostandosi in Italia, replicano ovunque le loro botteghe e il loro modello commerciale, diventando un punto di riferimento della nascente borghesia», ha spiegato Cresci alla presentazione del libro in occasione del Book Pride di Milano. I pasticceri si sono accaparrati vetrine nel cuore delle città, sulle strade e le piazze più battute dai passanti. E hanno accompagnato tutti i cambiamenti che hanno attraversato l’Italia in quei secoli: «Ci si sono seduti i politici, gli intellettuali e i pensatori. Alcuni bevendo caffè e gustando un pasticcino, pensavano alla rivoluzione», racconta Cresci, «da questi locali sono passati tanti movimenti, dalla Giovine Italia al Futurismo».