Alla fine, ero quasi quasi riuscito a raffiguramelo. Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale della Repubblica islamica dell’Iran incenerito da un raid israeliano, come Umberto Eco: uso ad “andare a letto tardi, perché impegnato nella lettura di Kant”, perso nel ginepraio delle antinomie della ragion pura. Come dite, ero palesemente sbronzo? No, magari, piuttosto intossicato da una sostanza ben più dannosa dell’alcol: la rassegna stampa di ieri. La quale era per buona parte listata a lutto per il fine intellettuale e uomo di mondo (certo col vizietto dello sterminio di massa dei civili, ma chi non ne coltiva?) che abbiamo prematuramente perduto a causa del Piccolo Satana, come il grand’uomo e analoghi letterati hanno graziosamente ribattezzato lo Stato ebraico.

Vince nettamente la gara della nostalgia Repubblica, che piazza il ritratto del defunto in prima pagina: “Un pragmatico che amava Kant”. No, non era un pezzo fuori tempo massimo sulla scomparsa di Dario Antiseri, parlava proprio di Ali Larijani, un tizio che senza eccessi, alla luce rischiaratrice della ragione, confortato dalla visione del cielo stellato sopra di lui e dalla certezza della legge morale dentro di sé (vabbè, nella versione della sharia, ma non stiamo a sottilizzare) poche settimane fa aveva architettato l’assassinio di circa 35mila persone in 48 ore, pragmaticamente. Sì, Larijani incarnava incidentalmente il vertice della macchina repressiva nazi-islamica, ma era molto di più, ci rende edotti il (fu) giornale progressista, che all’interno titola su “l’enigmatico studioso di Kant sempre al centro del potere”.