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Se è vero che l'Ets non è la causa principale del caro energia, è altrettanto vero che agisce da moltiplicatore in un sistema già sotto pressione

C'è una parola che a Bruxelles evitano con cura: emergenza. Eppure è esattamente ciò che stiamo vivendo. Non una difficoltà passeggera, ma una crisi che rischia di diventare strutturale fino a piegare l'Europa su sé stessa. Il Consiglio europeo, convocato oggi e domani nella capitale belga, arriva in ritardo, un ritardo politico e culturale. Si parlerà di Ucraina e naturalmente di competitività, ma sotto questa voce ribolle il vero nodo: l'energia. E su questo terreno l'Unione si scopre divisa, fragile, incapace di agire come un blocco.

Da una parte i Paesi che il problema lo sentono meno perché dispongono del nucleare o hanno ampie capacità finanziarie, come Francia e Germania, che possono permettersi di difendere l'assetto attuale. Dall'altra economie come Italia, Portogallo, Polonia, travolte da bollette e rallentamento industriale. È una frattura netta che trasforma l'Unione da progetto comune ad arena, dove chi è più forte detta la linea. Non è solidarietà, è gerarchia.