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Guerre e tensioni globali riaprono il nodo della sicurezza energetica. Tra burocrazia, veti locali e scelte politiche del passato, il Paese resta esposto a gas ed elettricità importati

C'è sempre una spiegazione ideologica quando in Italia non si riesce a fare qualcosa. E nel caso dell’energia l’alibi si chiama ambientalismo. Un ambientalismo spesso trasformato in una vera e propria forza di blocco, alimentata da comitati locali, amministrazioni territoriali e partiti, soprattutto di sinistra, che da anni predicano la transizione ecologica ma poi fanno di tutto per impedire la costruzione di qualsiasi impianto.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Basta che il mondo si infiammi - prima la guerra scatenata dalla Russia in Ucraina, oggi la crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran con lo Stretto di Hormuz sotto pressione - perché l’Italia si scopra improvvisamente fragile, esposta e dipendente dall’energia prodotta dagli altri. Non è sfortuna. È il frutto di scelte politiche precise.