In prima linea restano soltanto coloro che non possono andare via, che hanno una missione da compiere e soprattutto con le dovute "garanzie di sicurezza". Per gli altri militari italiani schierati in Medio Oriente, invece, sono iniziate le operazioni di ritiro. Un lavoro meticoloso, con comunicazioni continue tra governo, Stato Maggiore e Comando di vertice interforze. Perché, come ha spiegato il ministro della Difesa Guido Crosetto, spostare i contingenti da Baghdad, dal Kuwait e dal Kurdistan iracheno è un'operazione che in piena guerra non è affatto semplice. «Normalmente rientravano utilizzando voli aerei militari che adesso non sono possibili», ha detto il ministro, ma adesso «si tratta di prenderli, di spostarli in sicurezza per cinque, sei, sette, otto ore al di fuori dei Paesi dove stanno, arrivare in altri Paesi, poi raggiungere gli aeroporti e poi raggiungere l'Italia».

L'Italia ha cercato fino all'ultimo di evitare l'evacuazione delle basi. Ma dopo gli ultimi attacchi che hanno coinvolto gli avamposti in Kuwait, a Baghdad e a Erbil, e dopo i detriti di missili caduti anche a Shama, in Libano, la questione è diventata più urgente. L'allerta era già ai massimi livelli. E intanto Hezbollah chiede, minacciando, che ogni «soldato straniero» lasci l'Iraq.