Una battaglia dopo l’altra, ovvero l’America oggi secondo Paul Thomas Anderson, guardando a Pynchon ma anche alla Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Con sei Oscar Hollywood celebra finalmente uno dei maggiori autori del cinema americano contemporaneo. Dagli anni Novanta con Boogie Nights, ha costruito una filmografia personalissima tra ambizione epica e scavo psicologico, da There will be blood a The Master. Il regista che si definisce un “hippie californiano” dopo ventotto anni di candidature, in una sola notte, a 55 anni, si vede consegnare tre premi. Lui sul palco dice “è stata dura arrivare fin qui” e poi “che notte ragazzi, prendiamoci un Martini”.
Una battaglia dopo l’altra ha il respiro da blockbuster d’azione e il ritmo da commedia. Mette in scena le utopie perdute e i fantasmi del presente. Paul Thomas Anderson parte da Thomas Pynchon – nel 2014 era Vizio di forma, stavolta Vineland – per raccontare un Paese fratturato in cui ex rivoluzionari e vecchi nemici si ritrovano sullo stesso campo di battaglia. Leonardo DiCaprio – ancora inseguito dal rimpianto per il no detto a Boogie Nights – coglie appieno l’occasione che gli offre il personaggio di Bob, ex militante politico che oggi indossa la vestaglia di Drugo, il peso di un passato utopico e il rapporto con la figlia Willa (Chase Infiniti), che incarna una nuova forma di attivismo. In stato di grazia Benicio Del Toro, Sensei, una sorta di Batman-Guevara che nella “caverna” nasconde i migranti messicani e ci mostra quanto sia figo – oltre che giusto – aiutarli.













