VENEZIA - È vero, come ha ricordato Il Gazzettino nell’edizione di ieri, che i casi di Biennale e Fenice dimostrano quanto le istituzioni culturali veneziane abbiano risonanza internazionale. E quanto la città, per storia e prestigio, abbia tutte le possibilità per diventare una “capitale della diplomazia culturale”. Un “sistema” potenziale esiste già, ma è disperso. Le università e le altre istituzioni culturali lavorano per conto proprio, così come la Biennale e la Fenice. Ognuno costruisce relazioni internazionali straordinarie, ma lo fa in ordine sparso. Il risultato è che Venezia non si presenta al mondo come un soggetto unitario, un’identità riconoscibile, ma come una somma di eccellenze che si parlano poco e, così, pesa di meno sulla scena nazionale e internazionale.

Questo è stato uno dei principali limiti dell’amministrazione Brugnaro in questi undici anni. Una città con un tale straordinario patrimonio istituzionale e culturale avrebbe potuto e dovuto darsi da tempo una regia comune, una prospettiva condivisa. Non è stato fatto. Si è preferito gestire l’esistente piuttosto che valorizzarlo insieme e, così, immaginare meglio e con più forza il futuro.

Venezia, come detto, ha tutti i titoli per essere la capitale italiana della diplomazia culturale. Non è un’idea velleitaria: è una vocazione storica che aspetta solo di essere organizzata. La Serenissima non era grande perché si chiudeva, ma perché sapeva costruire reti larghe e solide. Dobbiamo tornare a farlo. Una diplomazia culturale, però, fondata su valori chiari e condivisi: non grigia neutralità, ma dialogo autentico, da protagonisti che sanno stare al mondo. Capaci anche di fronteggiare le sfide più radicali, come quella cruciale della scienza e delle nuove tecnologie, compresa l’Intelligenza Artificiale.