Anche nel sonno esiste un gender gap. Per anni la ricerca ha studiato il riposo usando il corpo maschile come standard, ignorando differenze biologiche e sociali che riguardano l’altra metà della popolazione, quella femminile

di Giulia Mattioli

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Da sempre gran parte della ricerca medico-scientifica ha trattato metà della popolazione come una variazione del modello “standard”. Il corpo maschile e il suo funzionamento sono stati analizzati, studiati e sperimentati a fondo. Il corpo femminile, invece, è rimasto a lungo ai margini, salvo quando si trattava di fenomeni esclusivamente legati ad esso, come il ciclo mestruale o la gravidanza, e anche in questi casi senza lo stesso livello di attenzione o approfondimento.

Le conseguenze di questo vuoto si riflettono ancora oggi su diagnosi, terapie e semplici raccomandazioni quotidiane. Il sonno non fa eccezione: solo negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a riconoscere che il riposo femminile ha dinamiche proprie, e merita uno studio dedicato. Sempre più indagini mostrano che le donne dormono mediamente peggio e meno degli uomini, eppure molte indicazioni sull’igiene del sonno, cioè l’insieme di abitudini e condizioni che favoriscono un riposo di qualità, sono state formulate senza tenere conto di questa prospettiva. Solo di recente neuroscienziati e ricercatori stanno iniziando a rivedere questo paradigma, integrando il sesso come variabile fondamentale nella fisiologia del sonno e nei ritmi circadiani.