Quanto è difficile rivelare agli altri, prima a noi stessi, chi siamo veramente? Non chi ci piacerebbe essere, chi ci sforziamo di sembrare per vanità, per codardia, per abitudine che tanto ormai. Per risultare all’altezza delle nostre e delle altrui aspettative — ogni giorno nel commercio violento e futile del discorso dei giorni. No: proprio chi siamo davvero, nel nostro silenzio. E prima ancora di rivelarlo, con fatica ammetterlo: quanto è lungo il cammino per arrivare a saperlo? In fondo, da qualche parte fra sé e sé, almeno saperlo.

Questo pensavo l’altra notte tornando a casa dopo aver visto People, places & things, cose, posti, persone che definiscono la rotta della nostra presenza nel mondo, dunque appunto chi siamo. Nella scrittura di Duncan Macmillan (tradotto da Monica Capuani) il testo portato in teatro con la regia di Pierfrancesco Favino, dieci attori in scena, racconta di una donna, un’attrice, che si è smarrita nel transito tra realtà e finzione. Non sa più dire chi è, ammesso che lo abbia mai saputo.

Anna Ferzetti, la protagonista, mette in campo per due ore la figura di una giovane alcolista e tossicodipendente con gesti, voce, modi e silenzi potentissimi e privi di enfasi. È magnifica, nell’approdo a una naturalezza che ha accantonato ogni artificio. La persona e l’attrice sono lì sul palco, si guardano. Thomas Trabacchi e Betti Pedrazzi magnifici nel farle da specchio.