Ci sono domande che accompagnano l'esistenza senza pretendere una risposta immediata. Restano sullo sfondo mentre studiamo, lavoriamo, amiamo, mettiamo al mondo figli, costruiamo carriere, accumuliamo beni e riconoscimenti. Le copriamo con il rumore delle urgenze quotidiane, come se la vita fosse inesauribile e ci fosse sempre una stagione futura nella quale fermarsi a capire. Poi non ci riusciamo quasi mai. Cosa resta?Lev Tolstoj la affida a Ivan Il’ič (nel romanzo La morte di Ivan Il’ič) un uomo che ha ottenuto tutto ciò che il suo tempo considerava desiderabile. Una carriera rispettabile, una posizione sociale invidiabile, una vita conforme alle aspettative, un matrimonio giusto. Quando la malattia lo costringe a guardarsi senza più ripari, scopre che ciò che aveva chiamato felicità era stata costruita sulla rappresentazione di sé e sull'approvazione altrui. La morte, che durante la vita appare come un'astrazione, diventa uno strumento di verità che ti fa fare i conti con la menzogna.Molti anni dopo Emmanuel Carrère si ritrova davanti a una scena diversa eppure sorprendentemente vicina. In Kolkhoz racconta gli ultimi giorni della madre, Hélène Carrère d'Encausse, storica, intellettuale, segretaria dell'Académie française, una delle figure più autorevoli della cultura europea. Una donna che aveva vissuto con disciplina e contegno, fedele a una regola: «Mai lamentarsi». Eppure, quando la fine si avvicina, attorno a quel letto resta qualcosa che nessun curriculum può descrivere e che Carrère prova a trattenere in quella che definisce una piccola storia familiare prima che l’umanità venga definitivamente disintegrata.È come se la luce della fine ridimensionasse ogni gerarchia e restituisse una misura diversa. Una misura che non coincide con il successo, ma con la traccia lasciata negli altri. Tolstoj e Carrère raccontano mondi lontanissimi, eppure approdano alla stessa riva. Ho pensato a lungo a queste pagine, essendo costretta a soffrire su quella sponda, osservando mio padre negli ultimi giorni della sua esistenza e accumulando ricordi in quelli successivi alla sua morte.Mio padre era un uomo felice ed è morto da uomo felice. Lui sì, aveva avuto il tempo di fermarsi a capire cosa resta: il capitale umano. Quando ero ragazza in un documentario su un’azienda a conduzione familiare, ascoltai una riflessione che gli feci incidere in una targa che aveva sistemato in salotto. «La terra ereditata o acquisita con nuove fortune può costituire un ottimo investimento economico, ma soprattutto spirituale perché la qualità della vita è fatta di conti in banca, ma soprattutto di quelli che si fanno con se stessi al primo sole o meglio se seduti sotto un vecchio albero di famiglia».La fama passa, il lavoro passa, il conto in banca passa. Persino i successi che sembrano determinanti verranno assorbiti dall’oblio, anche se possono essere necessari nel nostro presente. Esiste però un'economia invisibile che non avrà svalutazioni. L'amore è un’eredità inestimabile. Forse è questo che resta. Per questo esistono persone che muoiono e persone che, pur morendo, non verranno sconfitte dalla morte.
Quel che resta è soltanto il capitale umano
Fare i conti con la fine della vita è squarciare il velo della menzogna. Nella letteratura e nella realtà







