È in accelerazione il trend delle chiusure delle attività commerciali in Italia. A dirlo è Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio che segnala una preoccupante accelerazione «con un tasso medio annuo del 3,1% nel 2025 contro il 2,2% osservato nelle precedenti analisi - segnala Bella - con il rischio che da qui al 2035 avremo città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e anche l’ipotesi di un maggior degrado delle città». È quanto rivela la nuova analisi «Città e demografia d’impresa» realizzata dall’Ufficio Studi Confcommercio e presentata oggi da Bella insieme a Paolo Testa, responsabile Urbanistica e Rigenerazione Urbana dell’associazione. L’analisi riguarda 122 città italiane, 107 capoluoghi di provincia e 15 comuni non capoluogo più popolosi escludendo le grandi metropoli come, per esempio, Milano e Roma, e fotografa l’andamento di 18 categorie di attività economiche, distinguendo tra centri storici e resto del territorio urbano.
«Tra il 2012 e il 2025, in Italia sono scomparsi 156mila punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante, oltre un quarto del totale. Crescono solo le imprese del comparto alloggio e ristorazione (+19mila) e aumenta il numero di locali commerciali sfitti - continua Bella -. Per quanto riguarda l’e-commerce nel 2025 le vendite online rappresentano l’11,3% dei consumi totali di beni acquistabili online e il 18,4% dei servizi, contribuendo a ridurre il numero di negozi fisici e modificando l’organizzazione dell’offerta commerciale. Ma soprattutto, a fronte di una variazione dell’indice di vendite al dettaglio totale, tra il 2015 e il 2025, pari a +14,4%, le piccole superfici sono completamente ferme (0,0%) mentre l’online risulta quasi triplicato (+187%). Nel 2019 il valore delle vendite online era pari a 31,4 miliardi, nel 2025 è arrivato a 62,3 miliardi. Questo processo, insieme alle trasformazioni socio-economiche e demografiche, tende a innescare un circolo vizioso: la riduzione del numero di negozi riduce l’attrattività commerciale delle aree urbane e alimenta ulteriormente la contrazione dell’offerta».









