Dal 2% dei periti industriali fino all’84% degli psicologi. Se si guarda al mondo delle professioni dalla prospettiva del genere, la diversità tra le diverse attività professionali è notevole. Si va appunto da appena due donne su 100 tra i periti industriali fino alle 84 donne su 100 tra gli psicologi. Consulenti del lavoro e avvocati si avvicinano più di altri alla parità, con 47 donne e 53 uomini. A parte gli psicologi, la maggioranza di donne si ha solo tra veterinari (57%), infermieri (71%) e biologi (75%). Tra i settori più “testosteronici” ci sono (oltre a periti industriali) periti agrari (91% uomini), geometri (90%) e ingegneri (84%). Tra i professionisti tecnici gli architetti sono quelli con la componente femminile più elevata (41%). I dati si leggono nel focus di Confprofessioni su “Divari che si intrecciano: genere, territorio e generazioni tra i liberi professionisti”, presentato a Roma l’11 marzo scorso, promosso dai giovani della confederazione.

Ma il messaggio più preoccupante dello studio di Confprofessioni non è tanto sul “gender gap” ma su “gender pay gap”. Sul divario di retribuzione tra uomini e donne lo studio ha individuato infatti una tendenza non buona. «I divari di genere sono strutturali e in peggioramento», si legge nel documento. Anche se la presenza femminile nelle libere professioni è cresciuta, il divario reddituale si è ampliato. L’Iprp - cioè l’indice di parità reddituale dei professionisti - è sceso da 61,4% nel 2010 a 53,7% nel 2024. Significa che una professionista donna ha oggi un reddito di poco più della metà di un collega maschio, mentre era molto di più 14 anni prima. Se si guarda alla gestione separata Inps, la tendenza è positiva: 72,2% nel 2024 contro il 68% del 2014. In ogni caso, «il gap rimane rilevante».