Il cammino verso l’equità di genere è segnato da un paradosso: un progresso costante, ma estremamente lento. In Italia, sebbene l’Istat registri 75 mila nuove occupate all’inizio dell’anno, l’altra faccia della medaglia rivela una fragilità strutturale, con il numero delle inattive cresciuto di 129 mila unità a gennaio rispetto al 2024. Dal quadro nazionale a quello globale, la fotografia sulla parità di genere mostra una trasformazione che fatica a diventare culturale e generazionale, muovendosi in un panorama globale altrettanto eterogeneo. Una questione che non si esaurisce con la fine della giornata dell’8 marzo. Come peraltro ha ricordato ieri (cortei e mobilitazioni in 60 città) la stessa premier. «La strada da percorrere resta ancora lunga, ma l’obiettivo è chiaro: rimuovere ostacoli, garantire pari opportunità, consentire a ogni donna di esprimere pienamente il proprio valore. È questo, forse, il senso più autentico dell’8 marzo», ha scritto in un post Giorgia Meloni.
Oltre l’etica, un asset anche per la competitività
Nel mondo oggi la parità di genere non è più solo una questione etica, ma anche una variabile di competitività. Stando ai dati dell’UN Global Compact Network Italia, nel 2025 sono state 114 le Borse mondiali che hanno aderito alla Ring the Bell for Gender Equality (la campagna internazionale annuale volta ad accrescere la consapevolezza di aziende e attori finanziari sui temi della parità di genere), segnale di una finanza sempre più attenta alla leadership femminile. Secondo il network dell’UN Global Compact la trasparenza è ormai uno standard di mercato: i due terzi delle linee guida borsistiche includono parametri di genere e il 13% delle economie globali prevede ormai quote obbligatorie nei consigli di amministrazione delle aziende quotate.










