In Italia, il talento femminile rimane ancora in gran parte inutilizzato, eppure è sempre più necessario. Una parità sostanziale sul lavoro non è più (solo) una questione etica, ma anzitutto una necessità demografica.

Secondo l’Indice europeo sulla parità di genere, l’Italia si colloca al tredicesimo posto, con un punteggio di 69,2 su 100: un miglioramento in atto ma molto lento, ancora distante dai Paesi in cima alla classifica. Il tasso di occupazione femminile si ferma al 52,5%, contro il 70,4% degli uomini. Un divario che pesa soprattutto nel Mezzogiorno, dove in molti territori l’occupazione delle donne resta sotto il 35%.

Come si traduce questo nel mondo del lavoro? Le carriere femminili sono spesso frammentate, difficili da riallineare con i ritmi del lavoro, con orari complicati da incastrare con la cura familiare. Tra i problemi concreti spesso ci sono rientri post-maternità, che non sempre trovano percorsi dedicati e una mobilità geografica difficile da sostenere con figli piccoli.

È qui che la parità emerge anche come una questione economica. Le stime più recenti indicano che l’Italia potrebbe recuperare fino a sette punti di PIL ampliando la partecipazione femminile. Negli ultimi anni la certificazione per la parità di genere UNI/PdR 125:2022 ha iniziato a introdurre un cambiamento importante. Non si limita a definire obiettivi: stimola le imprese a misurare dati importanti, dall’avanzamento di carriera alla distribuzione degli incarichi, dai criteri di selezione alla formazione, fino alle misure di conciliazione e alla prevenzione delle molestie. Nelle grandi imprese l’impatto si vede infatti nelle situazioni quotidiane: chi rientra da un congedo, chi ottiene o no un avanzamento, chi lascia il lavoro per mancanza di assistenza e servizi fanno la vera differenza.