Poco più di un milione e 300 mila imprese in Italia sono guidate da donne. Sono il 22,2% del totale delle aziende della penisola.
È vero che crescono (dello 0,4% negli ultimi dieci anni, rispetto al -3,6% delle maschili), ma ci sono luci e ombre. Secondo chi studia questi temi, infatti, a sostenere questa seppur lenta risalita ci sarebbero le necessità di trovare opportunità di lavoro (specie al Sud) e poi il sostegno dell’imprenditoria femminile. Quindi, in economia si potrebbe far riferimento a quell’approccio che rese celebre John Maynard Keynes di un intervento pubblico per correggere gli squilibri. In questo caso, per colmare il grande divario di genere e che, prima di tutto, è un fallimento per un sistema sociale. Gli ultimi numeri del report L’Imprenditoria femminile in Italia di Unioncamere-Centro studi Guglielmo Tagliacarne in collaborazione con Si.Camera, parlano chiaro. Ed è evidente che c’è ancora un gap da colmare: le donne lavorano principalmente nei servizi, principalmente nella cura della persona. Poche, pochissime, le realtà del mondo delle costruzioni (giusto per dare una misura, sono il 4,5% delle imprese femminili e il 18,1% di quelle maschili).
Il 33% delle imprese femminili è sostenuta da incentivi e agevolazioni gestite dalle Regioni. Poi, nella galassia dei sostegni, si possono ottenere anche più opportunità, tanto che il 14,3% dice di usufruire della formula del credito di imposta per la realizzazione di nuovi investimenti o di Ricerca&Sviluppo, il 13,6% di incentivi e agevolazioni comunitarie come i fondi strutturali, il 9,7% del Fondo per l’imprenditoria femminile. Le donne hanno una maggiore propensione a chiedere incentivi: il 27,3% dichiara di averli utilizzati e il 18,9 dice di volerli usare (a fronte, nell’universo maschile, di percentuali che si attestano rispettivamente al 23% e al 18,3%).






